mercoledì 9 ottobre 2013

Il battito cardiaco del cosmonauta morente


La capsula di Gagarin, Vostok 1, atterrata.
A volte i fautori della leggenda dei cosmonauti perduti sostengono che fra il 2 e il 4 di febbraio del 1961 sia stato lanciato un cosmonauta. Questo pilota senza nome sarebbe morto nello spazio, probabilmente d'infarto. I fratelli Judica-Cordiglia, noti radioamatori italiani, affermarono di aver intercettato le comunicazioni fra la capsula e il controllo di terra e in queste si sentirebbe il respiro fuori controllo del cosmonauta, segno dell'arresto cardiaco in corso. Le cronologie dicono che il 4 vi fu un lancio. Ma cosa venne lanciato?


La registrazione


Si tratta di una delle registrazioni più famose fra quelle chiamate a sostegno della leggenda, seconda solo alla celebre Ludmilla. Il respiro affannoso di un uomo che muore, il suo battito cardiaco che accelera verso l'infarto. O almeno questo sostengono i fautori della teoria cospirativa.

Dal sito lostcosmonauts si possono scaricare due file, uno con il respiro, l'altro con il battito cardiaco. I file hanno estensione .ra, per ascoltarli potete usare RealPlayer.

Il battito cardiaco sembra il suono di un tamburo. Ma non è questo il problema principale. Il problema vero si intuisce se si mette a confronto questa registrazione con una di tipo simile. Sul sito dell'ottimo Sven Grahn si può ascoltare il battito cardiaco di un cosmonauta, Valery Bykovskij (missione congiunta delle capsule Vostok 5 e Vostok 6, con Valentina Tereškova). La differenza è palese: da una parte un tamburo, dall'altra un "fax".

Naturalmente Bykovskij non aveva un cuore elettrico. Ma è così che si sente il battito cardiaco di un cosmonauta se lo si "ascolta" e basta. Perché il battito cardiaco, come tutti i dati biomedici, veniva trasmesso a terra mediante telemetria. Non si può "ascoltare", va decodificato. Se ci si ostina ad ascoltarlo rimane un fax.

Un po' di rumore sulle frequenze intorno ai 20 MHz è poco per parlare di un incidente e di un cosmonauta morto, specie se quel rumore non può essere il battito cardiaco come si pretende. Ma non dimentichiamo la cronologia: vi fu un lancio, per l'esattezza il 4 di febbraio. Quindi è il caso di vedere cosa venne lanciato.



Il lancio del 4 di febbraio1961


Sergey Pavlovich Korolev, chief designer dell'OKB-1.
Sergej Pavlovič Korolëv,
chief designer dell'OKB-1.
Il 4 di febbraio a Tjuratam, oggi Bajkonur, erano tutti delusi. L'ingegnere capo Korolëv, il progettista dei motori Gluško, l'accademico Keldyš, e tutti gli altri tecnici e scienziati coinvolti nei programmi spaziali, che in quel lancio avevano tanto sperato.

La telemetria parlava chiaro: il carico messo in orbita comunicava, ma per il resto era inerte. Per di più si trovava su un'orbita più bassa di quella prevista. Presto sarebbe ricaduto nell'atmosfera, ma era così basso che gli esperti di balistica non potevano dire con certezza dove sarebbe caduto e nemmeno quando. Non si sapeva cosa fare, le idee in campo erano molte.

I presenti erano delusi, non disperati: non c'era nessun cosmonauta nello spazio, condannato a morte certa. Era accaduto questo. Quel giorno si lanciava un carico di notevoli dimensioni. Per lanciare pesi simili il normale razzo R-7 non era sufficiente. Il vettore di quella giornata era più complesso, costituito come era da ben quattro stadi. I primi tre funzionarono come previsto e portarono il quarto stadio e il carico fuori dall'atmosfera. Il quarto stadio invece non avviò correttamente i motori.

Ma che dire del lancio fallito? L'ingegnere capo Korolëv era dell'opinione che fosse meglio non dire niente. C'era un satellite che orbitava intorno alla terra e i suoi segnali telemetrici di sicuro sarebbero stati intercettati dagli Americani. Affari loro: si sarebbero scervellati per bene nel tentativo di capire cosa fosse. Ma la linea di Korolëv venne bocciata. Passò al suo posto quella di Valentin Gluško.

Il comunicato stampa mandato alla TASS parlava di un satellite pesante (6 tonnellate, un carico immane per l'epoca), che era stato lanciato per sperimentare le manovre e controllare il volo di oggetti di grosse dimensioni. Esaurito il compito, il satellite pesante sarebbe rientrato nell'atmosfera, bruciando del tutto negli strati più alti.

E per i giornali sovietici quella fu la fine della storia: un lancio di prova, tutto qui. Per chi diffonde la leggenda dei cosmonauti perduti questa è una vera manna. Un lancio di prova che copre un lancio fallito, niente di più facile; un oggetto di grosse dimensioni, come una capsula: dentro la capsula un cosmonauta morto. E per di più tutto era stato indirettamente confermato dai media sovietici. Eppure capita di rado di leggere di questo "predecessore" di Gagarin. Forse perché non si è riusciti a inventare un nome per lui.

La sonda Venera 1, gemella della 1VA no.1.
La sonda Venera 1, gemella della 1VA no. 1 lanciata il 4
febbraio. Foto tratta da wikipedia.
Una scorsa a qualche cronologia, come sempre, si rivela di grande aiuto, per esempio quella di wikipedia alla voce Venera. Da Tjuratam il 4 di febbraio venne lanciata la sonda 1VA. La sonda era progettata per compiere la prima missione di esplorazione automatica del pianeta Venere. Inoltre, prima apripista nella navigazione del sistema solare interno, la sonda aveva anche il compito di raccogliere dati utili per l'elaborazione della traiettoria delle sonde successive.

La sonda era uguale alla Venera 1, di cui potete vedere la foto qui di fianco. Questo insetto - come Brežnev definì, con felice espressione, le sonde automatiche - sarebbe il cosmonauta morto in orbita. Non sembra proprio l'idealtipo dell'eroe sovietico.





Una sonda sfortunata



1VA venne disegnata piuttosto di fretta e non vi fu il tempo per progettare un modulo di discesa. Ma i disegnatori le diedero un piccolo regalo per i Venusiani. Dentro una sfera con scudo termico venne chiusa una placca di metallo. Su un lato rappresentava la rotta compiuta dalla sonda fra la Terra e Venere. Sull'altro lato il simbolo araldico dell'Unione Sovietica.

Tutte le fasi del lancio erano andate bene, salvo l'ultima. La sonda rimase in orbita intorno alla Terra, agganciata a quarto stadio del razzo R-7, quello che la doveva spingere verso Venere. Ma per l'ennesima volta il quarto stadio rifiutava di accendersi: aveva già fatto fallire due lanci verso Marte programmati l'anno prima.

Ecco spiegate le sei tonnellate in orbita di cui parlava il comunicato inventato da Gluško: erano la somma del peso del quarto stadio e della sonda interplanetaria.

Boris Evseyevich Chertok, progettista di sistemi di controllo.
Boris Čertok, responsabile dei sistemi
di controllo per l'OKB-1.
Quanto ai cosmonauti perduti, il satellite pesante ha a che fare anche con loro. Čertok nelle sue memorie scrive che la Commissione che presiedeva ai lanci di Tjuratam venne avvertita dal generale Kamanin, il capo dei cosmonauti, che dopo l'annuncio della stampa sovietica alcuni radioamatori italiani e francesi avevano dichiarato di aver intercettato delle richieste di aiuto sulle frequenze usate dall'URSS per i lanci nello spazio. Alcuni giornali occidentali già diffondevano terrificanti notizie su un cosmonauta sovietico che che sarebbe morto soffocato dentro una capsula difettosa.

Fra questi generici radioamatori citati da Čertok dovrebbero esserci anche i fratelli Judica-Cordiglia. Come si può leggere nell'analisi di Svehn Gran, i due fratelli affermano di aver captato le richieste di aiuto di un cosmonauta sovietico nei giorni che vanno dal 2 al 4 di febbraio del '61. Cosa possano aver intercettato è ovviamente difficile da appurare, poiché i materiali originali non sono mai stati diffusi per intero. In ogni caso il 4 di febbraio in orbita non c'era che questo: una sonda che non riusciva a partire per il lungo viaggio verso Venere.

***

PS Una nota a fondo pagina. Ricordate la placca metallica? La placca era contenuta in una capsula con scudo termico, quindi capace di arrivare a terra dopo la discesa nell'atmosfera. Le probabilità che finisse sulla terraferma erano considerate molto basse, nell'ordine del 10 percento. Al 90 percento, dissero gli esperti di balistica, la capsula sarebbe caduta nel Pacifico. Un anno e mezzo dopo questi fatti l'ingegnere capo Korolëv regalò la placca a Boris Čertok. Un ragazzino l'aveva trovata in Siberia.

Čertok è morto nel 2011. Immagino che i suoi parenti tengano quella placca fra i cimeli di famiglia: è un pezzo di storia del programma spaziale, qualcosa che dovevano trovare gli uomini di Venere e fantasticare sugli abitanti del Terzo pianeta, gente che lanciava dei medaglioni di metallo attraverso il cielo.

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